Il Giglio D'Oro: approda in libreria il nuovo libro di Laura Facchi - Smash News
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Il Giglio D’Oro: approda in libreria il nuovo libro di Laura Facchi

Il Giglio D’Oro: approda in libreria il nuovo libro di Laura Facchi

Sbarca in libreria il nuovo romanzo di Laura Facchi, “Il Giglio D’Oro”, che è anche il suo esordio nella letteratura per ragazzi.

 

La trama ruota intorno alle vicende di Kami e Astrid, due adolescenti che vivono su due pianeti diversi, ma allo stesso tempo simili: Lundea e la Terra. Entrambi, infatti, sono collegati da dei fili energetici che li rendono pianeti gemelli, in cui gli abitanti presentano un doppio che vive sull’altro pianeta. Gli unici a sfuggire a questo “schema a specchio” sono i cosiddetti Gigli D’Oro che hanno caratteristiche simili tra loro pur non avendo collegamenti di parentela o di altro genere – capelli bianchi, occhi viola – e che, a differenza di tutti gli altri abitanti dei due pianeti, non hanno un doppio.
La Facchi, per l’occasione, ha incontrato insieme ad altre blogger anche la redazione di Smash News per parlare, appunto, di questa sua nuova opera.

Come ti è venuta la passione per la scrittura? Quando hai iniziato effettivamente a scrivere?
Quando ero giovane ho avuto un periodo in cui per una noiosa malattia sono dovuta rimanere tanto in casa. Questo mi ha permesso di leggere tantissimo. Leggevo di tutto: casa mia, grazie a mia madre, era piena di libri ed è da lei che ho ereditato la passione per la lettura.
Pensandoci, probabilmente l’idea di mettermi a scrivere è nata lì. Fin da quando ero giovanissima mi piaceva tantissimo scrivere i temi a scuola, ho iniziato a tenere un diario che è diventato ben presto la mia valvola di sfogo quotidiana, almeno fino a quando non ho capito l’enorme differenza che c’è tra la scrittura privata e la scrittura pubblica. Da lì ho iniziato a esplorare questo secondo tipo di scrittura e non ho più smesso.

Perché hai voluto intitolare il tuo nuovo romanzo proprio “Il Giglio D’Oro”?
È un fiore che mi piace moltissimo, che ha un buonissimo profumo ed è molto resistente. Mi ricordo che quand’ero piccola nel cortile dietro casa nostra, in Sicilia, crescevano spontanei e questo tipo di giglio è molto bello e, per di più, è perenne.
In effetti, all’inizio, ci ho pensato ad usare un altro fiore, ma gli altri non funzionavano bene come il giglio. Anche a livello d’immagine: dovendolo visualizzare sulla pelle questo è una scelta perfetta perché è anche subito riconoscibile.

Che aspetto positivo della personalità di Astrid, protagonista indiscussa del romanzo, vorresti possedere e perché?
Direi assolutamente essere intelligente come lei.

La storia si svolge alternandosi tra due punti di vista molto diversi. Perché hai scelto di alternare anche il tipo di narrazione, cambiando dalla prima alla terza persona? Perché non hai voluto rendere protagonista anche Kami?
In effetti all’inizio ci ho pensato a far parlare anche lui in prima persona, ma questo non era possibile. Prima di tutto perché sono molto più affezionata ad Astrid e volevo che questo fosse percepito, ma poi mi sono resa conto che usando la terza per Kami mi è stato possibile narrare degli aspetti di Lundea che altrimenti non avrebbe avuto senso spiegare. Se avessi usato la prima persona, infatti, non sarebbe stato realistico che Kami parlasse di certe cose, essendo che un lundeiano non avrebbe trovato degni di nota alcuni dettagli che invece per un abitante della Terra risultano essere stravaganti. Sarebbe, però, stato decisamente ridicolo descrivere un Kami che narra in prima persona per dei terrestri perché non avrebbe avuto niente di realistico.

Il mondo della fantascienza è un esperimento nuovo per te. L’idea di questo pianeta gemello, Lundea, come ti è arrivata?
Non lo so, dalla mia testa. Mi ricordo che mi è arrivata una sera, ma non so perché. È nata così.
Devo ammettere che non ho mai letto tanto di fantascienza anche se il poco che ho mi è finito sotto mano mi è sempre piaciuto molto. Ed era da un po’ che avevo quest’idea di provare a scrivere qualcosa in merito, anche solo un racconto. Da lì poi è nato un pianeta gemello e i doppi. E la cosa mi è piaciuta talmente tanto che mi ci sono fatta prendere la mano e ho sviluppato un vero e proprio romanzo.

Quali fattori del mondo reale hanno influenzato la creazione di questo mondo fantastico che è Lundea?
Tutti quelli che odio fondamentalmente. Lundea, se ci pensi, è proprio un’utopia, un posto in cui sarebbe bello vivere. In quel luogo non c’è inquinamento, razzismo, povertà e si vive in completa armonia con la natura. Si anche lì ci sono dei problemi di gestione, che vanno anche aldilà di Grondon, ma Lundea è un luogo che si è sviluppato proprio in maniera completamente diversa rispetto al nostro mondo. Quindi tutto quello che odio del nostro mondo su Lundea non c’è e ho voluto renderlo così perché, almeno per me, è bello immaginare di poter tornare indietro e prendere una strada differente che avrebbe portato a risultati differenti. Una strada che sarebbe stata molto più simile a quella intrapresa da loro.

Mi ha incuriosito il fatto che hai detto di aver letto molti romanzi da adolescente. Ce n’è uno, o anche di più, che ancora adesso ti ispira?
Ispirarmi no, sicuramente. Però mi ricordo che mi innamorai di Giornate intere tra gli alberi di Marguerite Duras e di averlo riletto moltissime volte.  A 12 anni invece persi la testa per Simone de Beauvoir di cui ho letto tutti i suoi romanzi e non solo. Però, a parte questo: no, ispirarmi no.  Anche perché è difficile che un romanzo mi ispiri: preferisco usare, in questo caso, il termine sedimentare. Le letture, infatti, si sedimentano dentro di noi e vengono fuori senza che te ne rendi conto. Ti fai ispirare, ma involontariamente. In più io sono una lettrice caotica, leggo veramente troppo veloce a volte, e spesso le mie letture si perdono dentro di me. Sono convinta che la mia scrittura sia influenzata da tutto quello che ho letto precedentemente, ma non riesco a vederlo.
O almeno, quasi sempre. Mi ricordo che c’è stato un periodo, mentre stavo scrivendo Il Megafono Di Dio, in cui ero veramente appassionata di autori portoghesi. Leggevo Saramago e Antonio Lobo Antunes e devo ammettere che un po’ la sentivo questa influenza. Infatti poi ho deciso di smetterla.

Se dovessi consigliare dei libri a quelli che sono adolescenti oggi cosa proporresti?
Sicuramente mi viene da pensare a Lorentz, che da adolescente io adoravo. Poi consiglierei i classici, come Dickens, e anche molto teatro perché sarebbe bello far approcciare i ragazzi a questo genere. Poi devo ammettere che, per proiettarmi in questo nuovo genere in cui mi sono lanciata con Il Giglio D’Oro, ho letto Hunger Games e mi ha piaciuto tantissimo. È veramente avvincente. Allo stesso modo mi è piaciuto La Quinta Onda, altro romanzo fantascientifico molto coinvolgente. Se si è interessati al genere, quindi, questi sono decisamente due romanzi da leggere.

Cosa consiglieresti a quei ragazzi che, invece, vorrebbero iniziare a scrivere? Ora come ora vanno molto di moda le piattaforme online, come wattpad, secondo te è una buona strada partire dalla condivisione?
È sicuramente un’ottima strada perché alla fine è quello il nostro futuro. L’unico consiglio che mi verrebbe da dare in questo senso è di stare attenti a quello che si scrive, di farlo con cura. A volte vedo che c’è una grande velocità oggi, non si rilegge neanche quello che si scrive. Mi capita di leggere posta o scritti in generale che sono stati fatti in modo troppo veloce. Rileggerlo almeno una volta, che richiede veramente poco, aiuterebbe a sistemare la forma e a togliere i refusi. Così facendo, invece, si impoverisce il lessico ed è un peccato perché la nostra lingua è veramente bella.

Ritornando a ciò che ti ha ispirato nella vita, un momento importante della tua carriera è stata di sicuro la tua esperienza in Albania. Cosa ti è rimasto di quanto hai passato?
Lì ho lavorato molto come reporter e sono “inciampata” in questa storia che mi ha dato l’ispirazione per scrivere quello che è stato il mio primo romanzo. Da quel momento ho continuato ad andare in Albania per raccogliere informazioni e per seguire questa persona che è poi diventata la protagonista della mia storia. Dopotutto, stavo scrivendo di un’epoca che non era la mia, il regime di Amberogia, e avevo bisogno di raccogliere materiale e sentir parlare la gente riguardo a quel periodo. E l’unico modo per farlo era rimanere per lungo tempo nel paese.
In seguito ci sono poi tornata in vacanza perché lì ho tantissimi amici e anche perché l’Albania è bellissima. La cosa che mi ha conquistata maggiormente sono state le montagne albanesi, dove sono stata per la maggior parte del tempo per scrivere questa storia.Tutti i luoghi che ho vissuto, comunque, me li porterò dietro per sempre perché lì ci ho lasciato un pezzo di cuore.

E della tua attività di reporter cosa ci puoi raccontare? Hai girato il mondo, hai visto tante realtà diverse: queste realtà ti ispirano anche adesso che sei una scrittrice?
Sì, assolutamente. Ora non faccio più questo lavoro sopratutto perché appena è nata mia figlia mi sono voluta fermare. L’idea di andare in un paese dove c’era la guerra, mettendomi a rischio quotidianamente, con una bambina a casa mi sembrava terrificante. Anche in questo caso le esperienze che ho fatto sono sedimentate dentro di me, come ho spiegato prima. Ho visto tantissime realtà, tantissimi mondi. A dir la verità a un certo punto ero anche un po’ dispiaciuta per quello che stavo facendo. Non che non mi piacesse, ma mi trovavo in situazioni in cui arrivavo da occidentale, in luoghi in cui spesso c’erano dei conflitti, con fotografi e altri giornalisti come me. Occupavamo un intero piano di albergo e spesso uscivano a cena, ci divertivamo. Le persone che andavo a intervistare durante il giorno, però, erano diverse. Loro riponevano in me e nel giornalismo europeo in generale una fiducia tale che mi si spezzava il cuore guardarli. Ho cominciato a rendermi conto sempre di più di non poter fare quello che loro mi chiedevano, cioè di dargli giustizia. E dopo un po’ ho iniziato a soffrirla troppo questa cosa e con la nascita di Anita ho deciso di dire basta.
Con questo non voglio dire che non sia stata una bellissima esperienza. In ogni caso mi ha insegnato tanto. Un esempio: ho imparato ad essere meno presuntuosa e a non pretendere di portare a casa delle verità dopo essere rimasta in un luogo e aver parlato con qualcuno per solo tre settimane.

Parlando dei temi che affronti, buona parte del romanzo gira intorno al fatto che Astrid si vergogna di essere diversa e che, per questo, fa di tutto per nascondere ciò che la rende così. Questa è decisamente una cosa che accomuna moltissimi adolescenti al giorno d’oggi. Pensi che l’aver inserito una caratteristica del genere nel personaggio sia dovuto a un fatto simile che ha caratterizzato la tua, di adolescenza?
Direi di sì.
Adesso che mi poni questa domanda, ad esempio, mi è ritornato in mente il fatto che avessi la brutta abitudine di tenermi sempre i capelli davanti alla faccia e che mio padre, ogni volta che mi vedeva fare così, mi ripeteva di scoprirmi il viso, che avevo degli occhi bellissimi e che dovevo farmi vedere di più. Credo che avessi paura di mostrare la mia particolarità. È un tratto che tutti possono condividere, secondo me, perché ognuno in fondo ha paura di non essere accettato, di essere deriso per il fatto di essere diverso. E così fa Astrid che, nonostante la sua diversità sia la sua forza, ha paura di mostrarsi. Lei vuole solo essere accettata, vuole essere uguale agli altri.

“A volte è faticoso essere diversi, anzi è sempre faticoso”. Secondo te perché nella nostra società la diversità è una questione così delicata?
Perché abbiamo bisogno di sentirci accettati ed essere accettati significa far parte di un gruppo. Per essere diversi, invece, bisognare avere una personalità molto forte e portare la propria diversità con orgoglio. Un adolescente, soprattutto, fa fatica a fare questo e sembra decisamente più facile confondersi tra gli altri, pensando come un gruppo, vestendosi come un gruppo, ascoltando quello che ascolta un gruppo. Essere diversi fa paura: hai paura di non essere accettato, di essere deriso, sopratutto in una società come quella di oggi dove basta un attimo e ti ritrovi sotto un riflettore negativo. Quindi ben venga la diversità, ma deve essere consapevole e sostenuta da motivazioni solide, forti.
Che poi nel momento in cui accetti te stesso e hai questo tipo di forza, brilli. Puoi essere diverso quanto vuoi e vieni accettato da tutti se stai bene con tale diversità. Astrid, ad esempio, viene accettata nel momento in cui si accetta.

Qual è il messaggio che vuoi far passare ai tuoi lettori attraverso questa storia?
Il messaggio di sempre: credi in te. La tua forza, che hai dentro e che hai paura di tirare fuori, il giglio d’oro che nascondi, in realtà è la tua potenza. Per cui le cose di cui spesso hai paura che vengano maggiormente derise sono quelle che ti portano a volare. Abbi il coraggio di svestire i panni ordinari del gruppo e sii quello che sei.
Un messaggio molto semplice, ma di cui credo ci sia bisogno di avere consapevolezza anche da adulti, anche fino alla morte. A maggior ragione oggi, in una società in cui tendiamo a non essere consapevoli di noi stessi ed avere paura di ciò che siamo.

Un’ultima domanda: la scelta di avere un finale chiuso, ma che in fondo è anche aperto è perché pensi che sia possibile un volume due? E se sì, hai già qualche idea?
Devo dire che all’inizio per me il finale poteva anche essere tranquillamente auto-conclusivo perché alla fine si raggiunge un certo tipo di compimento. Però mi rendo anche conto che dall’altra parte c’è un pianeta agonizzante che ha bisogno d’aiuto. Detto questo, certo, ho in mente tantissime cose che accadranno in seguito e spero di poterle portare sulla carta, ma il come e il quando è ancora tutto da vedere.

 

 

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