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La fine della solitudine: Benedict Wells per Smash News

La fine della solitudine: Benedict Wells per Smash News

Benedict Wells, dopo aver vinto il Premio Europeo per la Letteratura, presenta il suo nuovo romanzo, “La fine della solitudine”, anche in Italia.


La trama del libro:
Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi.
Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi.
Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica.

Q: Quanto c’è di te nei personaggi del tuo romanzo? E in chi ti rivedi maggiormente?
B: Non c’è una risposta scontata. Si potrebbe pensare che mi rivedo di più in Jules, ma non è così. Ogni tanto mi sento più vicino a Jules, altre volte alla sorella, altre ancora al fratello. È una cosa che cambia anche durante la mia vita, nel senso che in determinati periodi mi sento più lontano dai miei protagonisti e a volte più vicino. Non è una risposta definitiva. È un po’ come essere un attore in un film: riempi sempre questa figura con un’anima però ti puoi sentire più lontano o più vicino a seconda della situazione.
Q: Nel corso della storia i protagonisti vivono un momento drammatico durante la loro infanzia. Cosa ne pensi del valore dell’infanzia e come credi che le esperienze fatte durante questo periodo della vita umana possano influire sulla persona adulta?
B: Dal mio punto di vista sicuramente l’infanzia conta tanto per la vita adulta. Nel romanzo stesso troviamo due frasi che confermano questo mio pensiero: “L’infanzia difficile è come un nemico invisibile: non sai mai quando andrà a colpire” e, da Wordsworth, “Il bambino è il padre dell’uomo”. E la parte più determinante durante l’infanzia è ciò che deriva dagli altri, dall’esterno, anche perché quando sei bambino non hai una protezione, non ci sono filtri contro tutte le influenze che potrebbero avere un effetto di qualsiasi genere su di te.
Q: Un altro tema importante nel libro è il valore salvifico che si da alla scrittura e all’arte in generale. È successo anche a te in prima persona di dare tale importanza all’arte? E che cosa significa per te questa parola?
B: Sicuramente per me l’arte e la letteratura sono state molto importanti. E, inoltre, credo che se un extraterrestre vedesse il nostro mondo, con le guerre, le ingiustizie e il dolore, vedrebbe nell’arte un aspetto della nostra vita dove superiamo noi stessi. Questo perché nella natura vince sempre il più forte su quello più debole, però per l’arte non è necessariamente così. Noi umani la creiamo per far sorridere, per sognare, per creare qualcosa di bello che nella natura non è previsto così. È ciò che ci rende umani e amabili.
Q: Hai avuto dei modelli per scrivere i tuoi romanzi? C’è qualcuno che ti ispira in questo senso?
B: Sarò onesto: io non ho mai frequentato l’università e non ho mai studiato letteratura e una delle ragioni è che amo immergermi nei film e nei libri che vedo e leggo, per capire il motivo per cui mi piacciano e che tecniche vengono usate.
Per la fine della solitudine è stato di certo importante Kazuo Ishiguro perché mi è piaciuta molto la calma che usa nello scrivere e perché gioca sempre la carta vincente verso la fine. Come film mi è piaciuto molto In The Mood Of Love perché lì tutte le cose importanti succedono negli intervalli tra le singole scene.
Per il mio prossimo libro, che sarà una cosa completamente diversa ambientata negli anni 80, ho pensato molto, invece, a John Hughes con Brekfast Club e a John Green.

Q: So che ti piace viaggiare, spostarti. Hai vissuto anche a Barcellona per un lungo periodo, prima di tornare a Berlino. Le tue esperienze di viaggio influiscono in qualche modo sul tuo modo di scrivere, su ciò che rappresenti?
B: No, assolutamente. Quello che scrivo viene sempre da dentro, non rispecchia un mondo esterno. Sarei molto sorpreso, ad esempio, di trovare la parola Barcellona in uno dei miei romanzi. Forse un giorno, quando avrò famiglia o dei figli, potrei essere più influenzato dalla vita reale nella mia letteratura, ma ora come ora parlo più che altro di mondi interni. Questo anche perché ci metto molto tempo a scrivere un libro – per fare la fine della solitudine ci ho impiegato circa 7 anni – e se in questo periodo di tempo il mondo esterno cambia, quello rappresentato nel libro no.
Q: Quanto e come pensi sia cambiato il tuo modo di scrivere da quando hai iniziato? E c’è qualcosa che sei riuscito a mantenere?
B: Sicuramente una cosa è rimasta uguale: la prima versione è sempre terribile e, quando la rileggo, dopo voglio smettere di scrivere. A parte questo dal punto di vista tecnico sono diventato sicuramente più efficiente e ho perso l’impazienza che invece avevo all’inizio. Quando ero più giovane, ad esempio, non avrei mai potuto pensare di portare avanti un libro per 7 anni. Invece adesso me lo godo proprio. È molto importante prendersi questo tempo, sia per scrivere che per pensarci, perché essendo impazienti si rischia di far uscire dei romanzi prima del loro tempo, come credo di aver fatto io.
Q: Hai vinto un premio decisamente importante: il “Premio Europeo per la Letteratura”. Questo importante passo della tua vita ha cambiato il modo di percepire la tua scrittura e te stesso?
B: Sicuramente sono stato molto felice di ricevere questo premio, anche perché è stato quasi un sollievo ottenerlo. Con la fine della solitudine ero preoccupato perché questa storia è completamente priva di ironia e, così facendo, mi sentivo quasi senza protezione. Sentivo di non potermi nascondere. Per quanto riguarda la percezione di me stesso invece non è cambiato nulla perché, come ho detto prima, anche questo premio fa parte del mondo esterno che non influisce in alcun modo sul mondo interno che invece proietto nei miei libri.
Q: Ci sono molti scrittori, anche alle prime armi, che ambiscono ad un premio così importante come quello che hai vinto. Cosa consiglieresti a quelli che si stanno mettendo a scrivere, che hanno appena iniziato ad approcciarsi al mondo della scrittura?
B: Dopo la scuola io ho subito lavorato e scritto contemporaneamente e per i quattro o cinque anni successivi ho sempre avuto dei rifiuti dalle case editrici. Non è facile, ma quello che a me in quel periodo dava forza era leggere interviste di scrittori che ce l’avevano fatta. Dal punto di vista pratico, comunque, consiglierei di cercare sempre delle persone che ti possano criticare onestamente, perché leggendo il libro ai tuoi amici è chiaro che piace. In più devi leggere dei libri e devi studiare perché ti piacciono. Soprattutto, poi, non bisogna farsi scoraggiare dagli altri. Nel mio caso, quando ancora andavo scuola, c’erano dei miei compagni che avevano di certo molto più talento di me, ma il talento non è qualcosa che puoi controllare. Quello che puoi controllare, invece, è la volontà di andare avanti, di impegnarsi, di continuare. Chiaramente non hai una garanzia di avere successo se dai tutto, ma puoi avere successo solo se dai tutto. L’importante, comunque, è ricordarsi sempre che non si è da soli: basta vedere le storie di diversi scrittori importanti che, comunque, ce l’hanno fatta solo dopo svariati tentativi.

Beatrice Iato

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